venerdì 7 ottobre 2011

PER DOVE PARTE QUESTO TRENO ALLEGRO - Sandro Veronesi (1988)

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E' il primo romanzo pubblicato di Sandro Veronesi e sicuramente non il migliore, almeno per me.
La storia è interessante e scorrevole, incuriosisce, ma il protagonista, che narra gli eventi in prima persona, è veramente antipatico e il suo modo di esprimersi infastidisce il lettore. E' molto crudo, dissacrante, soprattutto quando parla dei bambini del curatore. Sottolinea continuamente i tratti o i lati negativi di tutto e di tutti. E' un libro che lascia intravedere le qualità di Veronesi.

Un figlio trasferitosi a Roma per sfuggire la vita del padre che dovrebbe fare l'artista ma non lo fa, non lavora, si lascia vivere, guardando fuori dalla finestra...Traumatizzato dalla scomparsa della madre che ha lasciato marito e figlio e non si è più fatta viva, fuggita chissà dove e chissà con quale uomo; traumatizzato dalla rottura con la fidanzata Rita che ha anche abortito un figlio suo, senza che lui trovasse la forza di lottare per tenerli entrambi.
Un padre che somiglia a Robert Mitchum, che esce da un fallimento aziendale con il quale gli è stato portato via tutto quello che aveva.
Non proprio tutto...
Il padre chiede al figlio di aiutarlo a recuperare parecchi soldi nascosti su un conto in Svizzera. Partono da Roma in treno per Lugano ma fanno qualche fermata.
A vedere la loro casa al mare in Toscana nella quale hanno trascorso i loro giorni più piacevoli ma che non possono visitare, bloccati proprio dal custode a cui il figlio era più affezionato.
Si fermano a Viareggio (descritta come un luogo bruttissimo) a trovare Rita (l'ex-fidanzata), che sarà felice di vederli e non nasconderà un po' di nostalgia e l'infelicità della sua attuale vita (con marito e figlio, difficile da gestire).
Incontreranno poi, proprio qui, il curatore fallimentare del padre, con cui passano ore piacevoli, non fosse per il ribrezzo che il figlio prova nei confronti della moglie e dei figli del curatore, il quale sembra affezionato al padre.
Saliranno a Milano dove il figlio scoprirà i piani del padre ma anche un certo bisogno di lui, la necessità di averlo ancora accanto.
Partito per Lugano con in mano una dettagliata descrizione di tutte le azioni che deve compiere (che vanno infatti tutte secondo copione) il figlio deciderà di cambiare il finale: porterà i soldi con sé e riuscirà ad attraversare la dogana (per ben due volte) senza essere scoperto.
Al figlio fa schifo tutto ciò che riguarda il padre: i soldi per prima cosa.
Al padre è incomprensibile la vita del figlio.
Hanno un pessimo rapporto.
Però partono insieme, chissà per dove, il figlio non ha ancora trovato il coraggio di dire al padre che i soldi li ha attaccati addosso, sotto i vestiti, e il padre per colpire il figlio manda una cartolina al curatore con il nome della banca in cui crede che i soldi verranno consegnati.
Un rapporto padre e figlio veramente triste: rancori, silenzi, incomprensioni...
Il romanzo termina con i due in auto. Speriamo verso un viaggio di chiarimenti e risoluzioni.

Il bel titolo di questo libro che richiama qualcosa di positivo è l'immagine perfetta per questo libro: infatti si riferisce ai manifesti con cui si richiamavano i giovani alla Repubblica di Salò. Tutto è quindi relativo.


Mi permetto di riportare un'intervista di Michele Trecca (presa dal sito www.brooksbrothers.it) a Sandro Veronesi su questo romanzo, presa dal link indicato sotto, uno splendido lavoro sull'autore. 
- Ma da che cosa deriva l’incapacità di azione del protagonista?
«Io credo –  ci dice l’ autore – che essa nasconda un vero e proprio terrore (come gli rinfaccia il padre) e che esso derivi dalla sua incapacità di distinguere tra il farsi la propria strada e il minacciare o addirittura prevaricare gli altri. L’attuale illeggibilità di questo confine (già in teoria molto labile) spinge per protesta il personaggio come su un albero: da qui la sua impotenza.»

- Che cosa, invece, rimprovera il figlio al padre?
«Le pecche del padre sono abbastanza esplicite e sono dichiarate, confessate. Forse, però, il figlio rimprovera al padre proprio la sua capacità di ammettere la propria impurità senza per questo sentirsene menomato; di accettare, prima di tutto su se stesso, il marchio della vita con le conseguenze (per il padre assolutamente ineluttabili; per il figlio, invece, odiose) della compromissione. Con il Male: il figlio, infatti, nella sua psiche infantile, tende sempre a rilanciare il discorso sulle colpe paterne in termini universali.»
- Ad un certo punto il figlio dice: “Perché io so quello che è il bene e continuo a fare il male?”. È, evidentemente, una citazione da Guerra e pace. Perché ha scelto di inserirla?
«Mi sono permesso di citare questa frase di Bezuchov per lasciare una speranza di redenzione e dare così un minimo di movimento al mio personaggio. Ho voluto, infatti, lasciare ad entrambi una possibilità di salvezza. Per questa ragione ho scelto un finale aperto.»
- Il figlio, pur essendo clamorosamente ingenuo, imputa ad una sua presunta mancanza di ingenuità, la propria incapacità di godere dei piaceri della vita, la sua perenne insoddisfazione. Come mai?
«Accade proprio questo a certe persone, quelle che invecchiano lentamente: soffrono perché ingenue e credono, invece, che sia una un’eccessiva profondità di approccio a definire la loro sofferenza. È una caratteristica tipicamente puerile. Ed è la maggiore ingenuità del mio personaggio. Sottolineando questo aspetto, ho voluto evidenziare la sua incapacità a concepire un mondo al di fuori di sé. Egli, infatti, non riesce a stabilire neanche nelle descrizioni un’ oggettività di sguardo e così si richiama sempre a somiglianze fisiche con eroi cinematografici, per esempio, o a cose che, comunque, lo riguardano più da vicino. Questa sua tardiva adolescenza (ha ormai quasi trent’ anni) implica evidentemente gravi responsabilità paterne: è il più duro atto d’ accusa nei confronti del padre.»
- Oltre a quelli cinematografici, ci sono anche molti riferimenti musicali a partire dalla citazione iniziale da una canzone degli Smiths. In che maniera la musica e il cinema hanno influenzato la sua scrittura?
«Io credo che sul mio linguaggio abbia influito di più la musica rock. La scelta, per esempio, di una certa tecnica a volte un po’ ossessiva, le ripetizioni con il corsivo segnaletico si richiamano vagamente alla ossessività e alla ripetitività dei testi delle canzoni di cui mi sono nutrito e tuttora mi nutro abbondantemente. Così come si richiama agli slogan del tifo calcistico che sono fratelli della musica rock.»
- Ma quali gratificazioni offre la scrittura ad un giovane che si è nutrito e si nutre di musica rock e di cinema?
«Io penso alle volte ad una specie di grido che proviene dalle cose, dalle persone, dalle storie di cui sono testimone. È come un imperativo morale che mi spinge ad agire nell’unico modo in cui sono capace: attraverso la scrittura. È forse una dichiarazione di impotenza ma è un fatto istintivo. Se io vedo una rissa in mezzo alla strada, se c’è un pericolo ovviamente agisco, ma il mio primo impulso è quello di scriverne. Mi sembra così di dare un contributo per trasformare qualcosa in memoria perché altrimenti ho come l’impressione che essa resti invendicata.»



http://www.booksbrothers.it/?pag=scrivania&id=88
www.booksbrothers.it/file/specialeveronesi%20-%20BB.doc

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