mercoledì 23 dicembre 2015

La Caduta di Albert Camus


Di Albert Camus avevo letto da ragazza, alle superiore, Lo Straniero in francese, L'Etranger, ma non mi ricordo nulla solo che era complicato. Adesso che le cose complicate mi piacciono molto di più mi sono avvicinata a La Caduta di Camus, lettura con cui voglio prepararmi all'incontro con Amsterdam.

Pensavo ci fossero più descrizioni della città, non è così ma non importa. È un racconto logorroico che mi è piaciuto tantissimo! Il protagonista investe con un fiume di parole il suo interlocutore raccontandogli la sua vita che inizialmente pareva felice ma che così non è. E si prodiga nel descrivere i suoi pensieri e il suo modo di sopravvivere a questa vita.
Camus è cinico in questo racconto, quello che io sono in questo periodo, forse per questo mi sono appassionata alle sue parole, tanto di dedicare quasi un intero pomeriggio alla lettura de La Caduta. Devo ammettere che dalla prima metà non riuscivo a staccarmi, mentre la seconda parte diventa un po' delirante ed eccessiva. Comunque credo che non passerà troppo tempo prima che rilegga Lo straniero o che affronti per la prima volta La Peste.

Ecco alcuni esempi del cinismo di cui parlavo, ma anche delle tesi del protagonista, mi resta solo da obiettare che sono convinta che una persona che ama veramente se stesso non teme il giudizio altrui e soprattutto non ha paura di condividere la propria felicità, credo che siano pochi coloro che amano veramente se stessi, perché nessuno ce lo ha insegnato e perché troppo spesso questo amore viene confuso con l'egoismo e non si riesce a fare una corretta differenziazione tra le due cose:

Non si può negare che, almeno per il momento, occorrono dei giudici, no? Tuttavia non riuscivo a capire come un uomo si proponesse da sé per esercitare questo compito strabiliante.

Il sentimento del diritto, la soddisfazione d'aver ragione, la gioia di stimarsi, caro signore, sono molle potenti per sostenerci o farci andare avanti.

Quanti delitti commessi semplicemente perché il loro autore non poteva sopportare di essere in colpa!


La mia natura mi piaceva, e tutti sappiamo che la felicità è questa, anche se, per tranquillizzarci a vicenda, fingiamo a volte di condannare un tale piacere col nome di egoismo.

Il delitto è continuamente alla ribalta, ma il criminale vi compare solo di sfuggita, per lasciar posto a qualcun altro.

Forse non amiamo abbastanza la vita? Ha notato che soltanto la morte ci ridesta i sentimenti? Come vogliamo bene agli amici che ci hanno lasciato, vero? Come ammiriamo quei nostri maestri che non parlano più e hanno la bocca piena di terra. Allora l'omaggio viene spontaneo, quell'omaggio che forse avevano atteso da noi tutta la vita. 

Se un obbligo ci fosse, sarebbe quello della memoria, e in abbiamo la memoria corta. No, nei nostri amici amiamo il morto fresco, il morto doloroso, la nostra emozione, noi stessi insomma!

“La schiavitù, ah, no, siamo contro! Essere obbligati a impiantarla a casa propria o nelle fabbriche, bene, è nell’ordine delle cose, ma vantarsene è il colmo.
Lo so che non si può fare a meno di dominare o di essere serviti.
Ognuno ha bisogno di schiavi come di aria pura. Comandare è respirare, anche lei la pensa così? Persino i più diseredati riescono a respirare. L’ultimo nella scala sociale ha ancora il coniuge o il figlio. E se è celibe, un cane. L’essenziale, insomma, è poter andare in collera senza che l’altro abbia diritto di rispondere. ”

Ma io ero sensibile solo alle dissonanze, al disordine di cui ero pieno; mi sentivo vulnerabile, in balia della pubblica accusa.

Dal momento in cui cominciai a temere che ci fosse in me qualcosa da giudicare, ho capito che c'era in loro un'irresistibile vocazione a intentar giudizio.

Felicità e successi si perdonano se uno acconsente generosamente a condividerli. Ma per essere felici non bisogna occuparsi troppo degli altri. Quindi, non c'è via di scampo. Felice e giudicato, o assolto e miserabile.

È una cosa che nessuno (tranne che non vive, cioè i saggi) può sopportare. La sola difesa è nella cattiveria. Allora per non essere giudicati tutti si affrettano a giudicare.

Quindi non desideriamo né correggerci né essere migliori: bisognerebbe prima che fossimo giudicati in colpa. Aspiriamo soltanto ad essere compianti e incoraggiati nel nostro cammino. Insomma, vorremmo nello stesso tempo non essere più colpevoli e non fare lo sforzo di purificarci. Non abbastanza cinismo e non abbastanza virtù.
Più mi accuso più ho il diritto di giudicare.

L'essenziale è potersi permettere tutto, salvo di tanto in tanto professare clamorosamente la propria indegnità.

Non ho cambiato vita, continuo ad amare me stesso e a servirmi degli altri. Solo che la confessione delle mie colpe mi permette di ricominciare con maggiore leggerezza e di godere due volte, prima della mia natura e poi d'un delizioso pentimento.
Ma presto rovescio su ogni cosa, creature e creato, il peso delle mie infermità, e ricconi rimesso a nuovo.



Di Amsterdam mi sono segnata queste parole che spero di abbinare presto ad una fotografia:

D'altro canto, questo paese mi ispira. Amo questa gente che formicola sui marciapiedi, costretta in un piccolo spazio di case ed acque, assediata da nebbie, da terre fredde e da un mare che fuma come un bucato. Mi piace perché è duplice. Sta qui ed è altrove.

Ha notato che i canali concentrici di Amsterdam assomigliano ai gironi dell'inferno?

Come sono belli i canali di sera! Mi piacciono le esalazioni delle acque ammuffite, l'odore delle foglie morte che macerano nel canale e l'altro, funebre, che sale dai battelli pieni di fiori.


Titolo originale: La Chute (1956), traduzione di Sergio Morando, edito da Bompiani

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