giovedì 25 agosto 2011

ALTRE VOCI ALTRE STANZE - Truman Capote (1948)

Joel è un ragazzino di tredici anni, orfano di madre, vive con la zia Ellen finché non arriva una lettera del padre Ed Samson che lo chiama a vivere con sé in una sperduta città della campagna americana, Noon City (nome evocativo), nell'ancora più sperduta casa di famiglia, al Landing.
Qui troverà personaggi infelici e isolati che non lasciano mai quella casa e sono lacerati da rimpianti e sofferenze. Non vedrà subito il padre, nascosto da un fitto mistero, lo conoscerà solo più tardi disteso su un letto in una stanza di questa vecchia casa, immobile con quegli occhi fissi, incapace di mostrare emozione, paralizzato.
In questa casa ci sono Amy, la moglie sola e infelice del padre, Jesus Fever un uomo centenario che aspetta la morte con Zoo la nipote tristemente traumatizzata, infelice e imprigionata in una vita terribile. Poi c'è Randolph, quest'uomo incomprensibile con cui Joel passerà molto tempo, attratto dai suoi modi e dalle sue parole. Non si capisce mai dove inizia la fantasia e finisce la verità nei racconti di Randolph.
Joel diventerà amico di Idabel una ragazza ribelle e maschiaccia mal vista e mal trattata dai suoi stessi genitori con la quale passerà bei momenti e con la quale cercherà di fuggire, senza riuscirci e anzi ritrovandosi anche lui in un letto ammalato, curato da Randolph.

Tutto il romanzo è punteggiato da sogni, visioni, divagazioni al limite della pazzia.
Il finale non è chiaro, è tutto nebbioso, sfumato.
Confesso che la terza parte non l'ho capita ma non ho avuto nemmeno voglia di rileggerla.
Sembra comunque che Joel ritenti ancora di andarsene. E speriamo sia più fortunato.

I MIEI COMMENTI

Ho letto più volte che la traduzione di quest'edizione non è impeccabile, mi auguro non al punto da non riconoscere lo stesso romanzo se letto in lingua originale.
Comunque si tratta di un romanzo particolare, non ne ho letti molti così, di solito non mi sono congeniali, preferisco le trame più comprensibili, le scritture più fluide e i finali meno nebbiosi.

Ricorderò questo romanzo come qualcosa di indefinito, sfuggevole e duro. Perché anche in questo romanzo, come in Colazione da Tiffany, io sento una grande sofferenza, sento dolore, sento la fatica di vivere, la paura, il non avere un posto dove stare, la ricerca di un'oasi, di un appoggio, d'amore.

Il personaggio di Zoo mi ha fatto quasi piangere. Ma c'è in questo romanzo qualcuno che sta bene?


Ho apprezzato però la poesia di questo testo e vorrei quindi citare alcuni espressioni che ho trovato molto belle:

"l'istante di pietrificata violenza"


"l'ombra triangolare di uno stormo di corvi tagliò il cielo"


"Come al solito, lontana a cogliere i fiorellini azzurri dell'oblio."



"In alto, una luna impallidiva come una pietra che affonda nell'acqua."



"Quella notte il sonno fu come un nemico."


"Il mattino era come una lavagna pulita pronta per qualsiasi futuro."


Mi sono piaciuti anche alcuni pensieri e il modo in cui sono resi, entrambi quelli che riporto presi da discorsi di Randolph:


"Era, però, un poco debole di mente. I deboli di mente, i neurotici, i criminali, forse anche gli artisti, hanno in comune un'innocenza inequivocabile e pervertita."
La sua espressione si fece soddisfatta e remota, come se, dopo aver fatto un'osservazione che riteneva superiore, provasse la necessita di una pausa ammirativa per sentirsela echeggiare nel cervello.

Narciso non era un egotista...era soltanto uno di noi che, nel nostro infrangibile isolamento, riconobbe , nel vedere la propria immagine, l'unico bel compagno, il solo inseparabile amore...povero Narciso, probabilmente l'unico essere umano che, su questo punto, sia stato sincero.

Titolo Originale: OTHER VOICES, OTHER ROOMS


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